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29/12/07

Le benevole? Speriamo che rimanga solo un libro

Ho appena finito di leggere Le benevole di Jonathan Littell ed è molto difficile scrivere qualcosa.

La lettura è durata settimane ed è stata difficoltosa. Non per la lunghezza (940 pagine), né per la prosa, brillante, moderna e scorrevole. Il problema è ciò che questo libro racconta e soprattutto, come gli eventi vengono raffigurati (e non uso a sproposito questo verbo, come vedremo tra poco).

Chi si interessa di letteratura e Shoah conosce perfettamente le polemiche che ha generato questo romanzo. Littell, ebreo americano legato strettamente alla cultura francese (Le benevole è stato scritto proprio in francese) è stato accusato di aver ricostruito in maniera fuorviante lo sterminio del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale e di aver dato un’interpretazione della vita di un SS in maniera leggera, quasi accettabile (dunque intollerabile).

Lo spunto del racconto de Le benevole è costituito proprio dall’Io narrante: Maximilian Aue, alto ufficiale delle SS, colto, franco-tedesco, razionale, omosessuale, ossessionato da un’attrazione incestuosa nei confronti della sorella gemella, aitante, razionale omicida ed efficiente sul lavoro. Il delirio nazista è dunque filtrato attraverso lo sguardo di un personaggio complesso e angosciante che fu stretto collaboratore di Eichmann e che partecipò con distacco e cinismo alla realizzazione della “soluzione finale”. Littell è stato accusato di aver ricondotto alla “normalità” ciò che invece fu mostruoso. In questa accusa è accostabile alla filosofa  Hannah Arendt e al controverso regista israeliano Eyal Sivan, autore quest’ultimo del film Uno specialista – Ritratto di un criminale moderno (incentrato sulla figura di Eichmann) .

Sinceramente non vorrei impelagarmi in discussioni sul senso profondo del lavoro di Littell, quanto piuttosto vorrei elencare qui le mie sensazioni e le mie paure:

1) Jonathan Littell è uno scrittore dotato di un talento enorme, quasi pazzesco. Scrivere un’opera prima di tale portata è cosa rara, incredibile.

2) La lettura de Le benevole mi ha sconvolto, poiché mi ha fatto comprendere come il male assoluto si possa annidare anche in quei cervelli raffinati e colti che dovrebbero comprendere facilmente le assurdità di talune posizioni politiche e ideologiche di stampo razzistico e antisemitico e che invece rimangono impigliati in un vortice nefasto di idee, fuori dalla civiltà.

3) In sostanza, Littell ha ripreso le idee della Arendt sulla “banalità del male”, effettuando un affresco agghiacciante, quasi abominevole, di quel ceto sociale tedesco che rappresentò la sostanza del lucido esercito dei volenterosi carnefici di Hitler, come li ha definiti lo scrittore americano David Goldhagen.

4) Leggere Le benevole è però quasi insopportabile; l’orrore propinato come pratica ordinaria è infatti inconcepibile per qualsiasi animo sensibile. Littell insiste molto su questo punto, poiché è su questo piano che lo scrittore gioca tutte le sue carte. Ciò che interessava l’autore era evidentemente far rendere conto tutti che la Shoah fu possibile perché esseri umani qualsiasi misero in pratica la miserabile e abietta pratica dello sterminio sistematico su altri esseri umani. Sembra una banalità, ma così fu. Durante la seconda guerra mondiale non furono terrificanti extraterrestri a piombare sul nostro pianeta e a mettere in atto il genocidio del popolo ebraico, ma normali cittadini, padri di famiglia, lavoratori, impiegati, burocrati. E’ questo che inquieta di più, che ancora oggi spaventa, che addirittura mi terrorizza.

5) Ma qual è il pericolo più grande riguardo Le benevole di Jonathan Littell? Presto detto: la sua eventuale trasposizione cinematografica. 

6) Le benevole è infatti un lunghissimo trattamento (passaggio pre-sceneggiatura) già pronto. Littell ha una scrittura profondamente cinematografica, dai tratti un po’ realistici, un po’ visionari.

7) Se una simile materia narrativa dovesse capitare nelle mani di un regista sprovveduto, o peggio ambiguo, non oso immaginare che film pericolosissimo e dannoso ne potrebbe venir fuori. Il cinema in tal senso è territorio espressivo ricco di insidie e di rischi, poiché facile a generare, soprattutto per i meccanismi dell’immedesimazione nel personaggio e per il processo di “iconizzazione” sempre del personaggio principale, dei fraintendimenti mostruosi. I settori del pubblico più a rischio sono ovviamente quelli giovanili che magari non hanno mai sentito parlare di nazismo e Shoah. Così, il pericolo che il personaggio di Maximilian Aue si trasformi agli occhi di un adolescente in una sorta di eroe (seppur negativo) è altissimo. In un humus culturale sempre a gravissimo rischio antisemitismo (come è quello del terzo millennio), ciò potrebbe generare a cascata una serie di posizioni terrificanti.

8) Non riesco a immaginare registi in grado di padroneggiare un romanzo simile. Se proprio devo fare dei nomi, penso ovviamente a Stanley Kubrick (ma è morto), a Steven Spielberg e a Roman Polanski. Altri cineasti capaci di domare un trama come quella de Le benevole, per me non ne esistono.

9) Spero che passino un po’ di anni prima che Le benevole sia trasformato in un film. E’ bene che un progetto simile venga ponderato in maniera più che attenta e prudente (per i problemi che abbiano sopra elencato)

10) Anzi, se proprio devo essere sincero spero che non venga mai in mente a nessuno di lavorare su questo progetto, anche se so che sarà molto difficile che ciò non avvenga.  

14/12/07

Ancora su Etgar Keret...

Dopo la distribuzione nel nostro paese del film di Etgar Keret e Shira Geffen, Meduzot, mi pare opportuno riproporre un mio articolo scritto qualche tempo fa su uno dei romanzi più interessanti scritti dall'autore israeliano. Questo per dimostrare, per chi non lo sapesse, che la figura di Keret non emerge dal nulla come è sembrato dalle cronache legate alla presentazione in Italia di Meduzot. Etgar Keret è invece uno dei più vivavi intellettuali di Israele, notevole scrittore e ottimo regista cinematografica, nonchè profondo conoscitore e appassionato di Tel Aviv, città nella quale è nato nel 1967.

L'assurdo e il dolore di vivere - Pizzeria Kamikaze, romanzo di Etgar Keret

Lo stile narrativo di Etgar Keret è chiaro, diretto, facilmente riconoscibile e decifrabile da qualsiasi lettore. La sua prosa è sintetica ed agile. I periodi brevi e densi di significati. Il linguaggio moderno e popolare. Eppure, le sue storie sono incentrate su metafore, vicende simboliche, situazioni paradossali e un po’ folli. L’assurdo regna sovrano; una forma di delirio lucido contraddistingue le azioni dei suoi personaggi, spesso collocati in contesti a dir poco stravaganti. Dunque, in teoria, Keret comunica con i suoi lettori attraverso una costruzione letteraria contraddittoria e straniante. Se si leggono con attenzione le vicende raccontate nei suoi libri, però, è possibile mettere a fuoco con assoluta razionalità la situazione umana e sociale di Israele. Le angosce, le paure, le tensioni, le preoccupazioni di persone la cui esistenza è scissa tra desiderio di vivere normalmente e terrore di perdere la vita in attimo sono filtrate attraverso lo sguardo disincantato di un autore che rielabora interiormente, ed artisticamente, il dolore di un popolo costretto ad affrontare da decenni una lotta continua per la sopravvivenza. La sua ultima opera letteraria è in tal senso una sorta di conferma definitiva delle sue scelte estetiche ed espressive.

Pizzeria Kamikaze, pubblicato in Italia da Edizioni e/o, vede al centro della vicenda Haim. Si tratta di un giovane che si è suicidato. Nell’altro mondo approda in una realtà “esistenziale” nella quale si trovano altre persone che hanno deciso di porre fine, in modi diversi, alla loro vita. In questo luogo vi sono anche, ovviamente, arabi suicidi (cioè kamikaze). L’incontro è caratterizzato da una forma relazionale più che franca. Tutto, però, viene trasportato su un piano ironico che, sullo sfondo, lascia intravedere, in maniera sottile ed acuta, una dimensione terribilmente tragica. Incubo e sorriso, dramma umano e sarcasmo, analisi psico-sociale collettiva e disillusione si (con)fondono in un labirinto di sentimenti che restituisce con precisione la difficilissima quotidianità degli israeliani. Pizzeria Kamikaze ha una struttura basata su brevi episodi autonomi e ben congegnati. Sono veri e propri “clip narrativi”, nei quali il senso è determinato dalla sovrapposizione stilistica di più elementi. La deriva surreale ed umoristica prende però il sopravvento, fattore che determina delle improvvise virate semantiche le quali, inaspettatamente, conducono il lettore verso interpretazioni basate sulla dirompente carica anarchica dell’assurdo.

Etgar Keret, nato a Tel Aviv nel 1967, può essere considerato un rappresentante della giovane narrativa israeliana, in contrapposizione a quelli che invece sono ormai catalogabili tra i “classici”, seppur recenti, della letteratura del paese: Yehoshua, Oz, Kenaz, Kaniuk, Grossman. Il suo mondo poetico è legato alla narrazione per immagini ed è proprio per questo motivo che le sue opere si avvicinano con grande evidenza ad atmosfere di tipo cinematografico. D’altronde, proprio il cinema e la comunicazione televisiva sono due discipline sulle quali Keret ha concentrato la propria formazione culturale e professionale.

06/12/07

O' Jerusalem di Elie Chouraqui, un film modesto

Ho visto O' Jerusalem di Elie Chouraqui. Attendevo questo film con una certa apprensione, poichè si trattava di un tentativo di raccontare cinematograficamente gli eventi che nel 1948 portarono alla nascita dello Stato di Israele. Il lungometraggio è stato tratto dal romanzo "Gerusalemme! Gerusalemme!” di Dominique Lapierre e Larry Collins. Già il punto di partenza, aveva suscitato in me qualche perplessità, e così aspettavo solo di vedere l'opera cinematografica per poter dare un giudizio circostanziato. Le mie "paure filmiche" si sono concretizzate dopo la visione della pellicola. O' Jerusalem è infatti un lavoro modestissimo sotto il profilo strettamente filmico, dai tratti decisamente approssimativi soprattutto per quel che riguarda la struttura della sceneggiatura. Numerosi passaggi sono affrettati, imprecisi, confusi. Si avverte l'ossessione per il "politicamente corretto", fattore che ingabbia la vicenda in un gioco di rispecchiamenti continui tra le ragioni di tutti. Ma ciò che più disturba in questa operazione è che la (presunta) pignoleria storica sovrasta l'interpretazione "alta" di quegli avvenimenti. Ma non essendo O' Jerusalem nè un saggio storico, né un'opera d'arte, il tutto finisce per essere confezionato come un banalissimo "manualino" di storia. La concatenazione degli eventi è così narrata come una "storiella meccanicistica" cje non poche volte sfora in una retorica decisamente prevedibile.

La nascita dello Stato di Israele è stato evento di tale importanza per la storia dell'umanità che racchiudere questo "fatto" in un riassuntino per scuole medie è quasi un delitto culturale. Personalmente aspetto ancora un film, degno di questo nome, che possa illuminare in modo adeguato un evento così significativo.