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20/05/07

L'universo espressivo di Mike Leigh

La cultura ebraica attraversa la storia del cinema in maniera trasversale e non sempre evidente. La complessità di questo universo e la profonda articolazione di un pensiero millenario si sono innestate nel contesto cinematografico internazionale secondo modalità che il più delle volte non sono così identificabili. Spesso, quando si parla delle connessioni tra ebraismo e cinema, molti finiscono per alimentare luoghi comuni e per parlare dei registi "soliti noti" (vedi Woody Allen). Così, basta tirar fuori la definizione semplicista di "umorismo ebraico" per dare luogo a riflessioni il più delle volte scontate. In molti casi tali banalizzazioni nascondono non solo una chiara ignoranza nei riguardi della storia del cinema e dell'ebraismo, ma anche un ambiguo e inquietante sentimento. Basta riempirsi la bocca di formule semplificatorie, infatti, per esorcizzare la propria ingnoranza nei riguardi del pensiero ebraico.
La questione potrà apparire limitata a un determinato contesto culturale; invece è molto più importante di quanto possa sembrare. Sostengo, ad esempio, come siano riscontrabili elementi di natura ebraica in opere di cineasti che ebrei non sono. Questo perchè il pensiero ebraico è radicato profondamente nella cultura contemporanea, fa parte del nostro modo di ragionare e di confrontarci con le problematiche esistenziali che costantemente ci troviamo a dover risolvere. Può anche capitare inoltre che cineasti di solida cultura ebraica siano totalmente dimenticati in tutti gli studi relativi all'analisi della relazione tra ebraismo e cinema e che altri, molto superficiali ma più "esteriori", vengano continuamente citati al solo scopo di alimentare lo stereotipo del "cineasta di cultura ebraica"; il tutto per creare schemi, steccati, per generare confini ed etichettare minoranze che invece sono libere, dinamiche, attente all'evoluzione della società e legate alla modernità.
Prendiamo il caso di Mike Leigh, regista inglese autore di capolavori come Naked, Segreti e bugie, Tutto o niente e il Segreto di Vera Drake.
Non molti sanno che Mike Leigh nasce in una famiglia ebraica di origini russe (il cognome originario era Liebermann). La sua giovinezza fino all'età di diciotto anni è perfettamente integrata nelle attività della comunità. Verso la fine degli anni cinquanta, Leigh è membro di Habonim, un'organizzazione sionista di sinistra che spesso organizza viaggi per giovani ebrei inglesi nei kibbutz di Israele.
Ebbene, nel cinema di Leigh ogni riferimento diretto alla sua vita ebraica giovanile (in età adulta si allontana molto da tali attività) è praticamente inesistente. La sua ebraicità, in sostanza, non viene mai esplicitata cinematograficamente, nè viene mai spettacolarizzata, o "confezionata" in modo retorico. Proprio per questo motivo in molti non sanno neanche che Leigh sia ebreo.
Eppure, se analizziamo tutta la sua filmografia è possibile percepire quanto la sua sensibilità, il suo spirito creativo, l'atteggiamento di critica verso il mondo, verso le ingiustizie sociali e umane, verso le discrimazioni e le sofferenze dei poveri, siano tutti fattori che indubbiamente derivano da un modo di vedere ebraico, un modo di vedere che non viene sbandierato e usato da Leigh ma che fa parte di una maniera intensa di avvicinarsi alla vita, all'esistenza delle persone.
Il cinema di Mike Leigh è straordinariamente toccante, umano, drammatico e divertente allo stesso tempo, problematico sotto il profilo politico e psicologico, è un esempio di cinema denso di umanità e di paura (individuale e collettiva). E' un cinema che invita al pensiero, all'analisi, alla riflessione interiore, alla conoscenza dell'altro, all'abbattimento delle barriere, all'avvicinamento emotivo, alla solidarietà, al bene inteso come fattore in grado di creare armonia nel mondo. E' proprio per queste caratteristiche che il suo cinema è culturalmente ebraico, addirittura in modo commovente. Forse dovrebbe iniziare ad accorgersene anche la critica.

Maurizio G. De Bonis

10/05/07

Edmond, ovvero il mondo inquietante di David Mamet

Torno sulla figura di David Mamet, uno dei massimi scrittori per il teatro e registi cinematografici viventi. Si tratta di un intellettuale di assoluto spessore che ha fatto della scrittura (anche di carattere visivo) il suo territorio prediletto. Mamet percorre sentieri che sempre sono rinconducibili ad un atteggiamento psicologico e analitico che può essere collegato chiaramente ad una ebraicità viva, acuta, desiderosa di conoscenza e di approfondimento.
Recentemente è stato distribuito in sordina un film che un paio di anni fa scosse anche il pubblico della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia: Edmond. La regia è firmata da Stuart Gordon, la sceneggiatura da David Mamet.
Si tratta di un lungometraggio algido e teso, drammatico e angoscioso, che cerca di scavare a fondo all'interno di una psicologia collettiva costituita da sensazioni individuali ricorrenti ma spesso nascoste dietro una cortina sovrastrutturale determinata dalla cultura moderna e occidentale.
La paura e il desiderio, la ragione e la follia, la sottomissione e la violenza prevaricatrice sono tutti elementi che compongono il caleidoscopico meccanismo comunicativo di ogni essere umano. Mamet con gelida precisione si insinua, grazie alla sua scrittura essenziale e corrosiva, dentro l'abisso della contraddizione umana, evidenziando come ogni forma di terrore nasconda in realtà un desiderio represso, insopprimibile.
David Mamet ha scritto una sceneggiatura dalla struttura apparentemente rigida ma in verità calibrata nei minimi dettagli. Con intelligenza, Il regista Stuart Gordon ha ideato un'architettura formale perfettamente accostabile al sistema narrativo elaborato da Mamet.  Ne è venuto fuori un film algido e  scioccante che regge perfettamente anche grazie alla misurata interpretazione di William H. Macy, senza dubbio uno dei migliori attori americani già interprete di capolavori come Homicide di David Mamet (insieme a Joe Mantegna) e Fargo dei Fratelli Coen.
Questo trio, Mamet-Gordon-Macy, è stato in grado, dunque, di costruire un lavoro di straordinaria profondità nel quale gli aspetti linguistici, narrativi e visivi sono funzionali alla veicolazione di un contenuto che potrà sembrare sgradevole e disturbante ma che riesce con composta intensità a far emergere gli impulsi più profondi della coscienza individuale.

Maurizio G. De Bonis

07/05/07

Ancora su Spy Story e identità ebraica

Qualche giorno fa sono riuscito a vedere un film di Jonatham Demme che mi era sempre sfuggito e che rientra a pieno titolo nell'ampia questione relativa al rapporto tra il genere Spy Story e il tema dell'identità ebraica.
Il lungometraggio in questione si intitola Il segno degli Hannah (The Last Embrace) ed è datato 1979. Interprete principale Roy Scheider. La trama è incentrata sulla figura di un agente segreto americano ebreo che durante un conflitto a fuoco con alcuni sconosciuti perde la moglie. Questa tragedia segna profondamente il protagonista, il quale è costretto a ricorerre a cure psichiatriche. Dopo essersi rpreso, tenta di tornare a una vita normale. Succedono però delle cose inquietanti. Viene fatto oggetto di misteriosi tentativi di omicidio, gli vengono indirizzati biglietti in ebraico pieni di minacce, si imbatte in una strana docente universitaria che segretamente è legata alla storia della sua famiglia. La questione è che il personaggio principale è il nipote di un ebreo americano che gestiva insieme ad alcuni complici una rete di bordelli che alimentavano la tragica pratica della tratta delle bianche. La dinastia degli Hannah è dunque odiata dai discendenti delle povere donne che venivano avviate contro la loro volontà alla prostituzione. Le colpe dei  "padri" dunque sembrano ricadere sui "figli" , per altro senza alcun apparente motivo.

Il segno degli Hannah è un film basato su una sceneggiatura fortemente approssimativa. Non c'è connessione tra le sequenze, i personaggi entrano in scena in modo immotivato, l'intreccio è decisamente banale e prevedibile. Tutto è affidato alla regia di Jonatham Demme che si lancia in un chiaro, e un po' imbarazzate omaggio a  Alfred  Hitchcock, costruito su una ragnatela linguistica  determinata dal montaggio, dai movimenti di macchina e da un uso un po'  ingenuo  della soggettiva.
Ma l'elemento che più mi interessa è quello ebraico. Ad analizzare bene la trama c'è di che preoccuparsi. La famiglia ebraica del protagonista faceva parte di una setta segreta che partecipava al mercato più orrido che si possa immaginare: quello umano.
Mi domando: ma è mai possibile pensare di costruire una simile vicenda ambientandola proprio in un contesto ebraico? Con questo film non si rischiava di alimentare uno dei più triviali luoghi comuni antisemiti legati a presunte e perverse trame segrete di gruppi ebraici?
E poi, il protagonista (un ebreo di New York totalmente secolarizzato) non compie nel suo percorso alcuna riflessione sulla sua ebraicità, ma semplicemente si lascia trasportare dagli eventi con lo scopo ovvio di indagare e scoprire.
Il segno degli Hannah è un lungometraggio poco chiaro nelle sue intenzioni, un film che in ogni caso rimane assolutamente in superficie e tratta la materia ebraica in maniera approssimativa e ambigua.

Maurizio G. De Bonis