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18/01/07

Parole, immagini. memoria

18 gennaio 2007. Le pagine culturali e dello spettacolo del Corriere della Sera presentano due interessanti articoli, che forse in maniera non prevista finiscono per dialogare fra loro. Il primo è molto bello ed è stato scritto da Sergio Luzzatto. Il titolo è Memoria (Mengaldo sbaglia sui deportati: la Shoah non è un genere letterario). L'autore del pezzo affronta con una certa autorevolezza l'opera del filologo e critico letterario Pier Vincenzo Mengaldo, muovendo varie significative critiche. Ma ciò che ci interessa maggiormente è l'inizio dell'articolo, in cui Luzzatto cerca di mettere a fuoco il valore della scrittura, e della parola, in relazione all'argomento Shoah. Il tema affrontato è ormai quasi d'obbligo, per tutti gli studiosi della materia, e cioè: come gestire a livello letterario la Shoah, ammesso che ciò si possa fare? Luzzatto si domanda: "Ma quali sono, se ci sono le parole umane per dire l'ineffabile, raccontare l'inaudito, testimoniare l'inumano? E a cosa servono, se servono le parole, la memoria, il racconto? Luzzatto non da risposte e cerca di analizzare come Mengaldo abbia affrontato tali enormi questioni nel tenativo di fornire al lettori profondi strumenti per fronteggiare questo enorme argomento.
Il secondo articolo è invece firmato da Giovanna Grassi ed è intitolato: Verhoeven: la resistenza tradita punta alla statuetta. Si tratta di un pezzo di presentazione relativo al discusso ultimo film dell'olandese Paul Verhoeven: Black Book. Scrive Giovanna Grassi: "Convinto da sempre che il cinema debba riflettere la violenza e le più forti pulsioni della società, il regista..."
Ebbene, tale frase ci porta subito ad affermare come Verhoeven si sia avvicinato al tema della Shoah con grande superficialità. Se è vero che il cinema debba (forse sarebbe meglio dire: possa) riflettere la violenza della società, nel caso dello sterminio del popolo ebraico probabilmente sarebbe necessario riflettere sulla violenza, non semplicemente raccontarla o addirittura mostrarla.
La posizione concettuale di Verhoeven è in tal senso qualunquista poichè pone la Shoah sulla stessa identica dimensione di qualsiasi altro tipo di violenza sociale e/o storica, e questo atteggiamento non può essere accettabile. D'altra parte il suo film è il risultato proprio di questo tipo di ragionamento. Quindi si tratta di un lavoro certamente onesto intellettualmente ma che allo stesso mette in luce un approccio veramente inquietante e scioccante alla delicata materia.
Non possiamo che applicare alle problematiche che solleva la posizione di Verhoeven, le domande che Sergio Luzzatto pone nel suo articolo sul libro di Mengaldo. Si perchè le parole sono come le inquadrature, e le frasi scritte come le sequenze filmate. Dunque, quando si fa cinema bisogna essere consapevoli del valore linguistico e semantico delle immagini che si utilizzano e del racconto che si costruisce.
Ebbene, Verhoeven non è certo un analfabeta della lingua cinematografica (anzi ne è un fine utilizzatore), dunque il suo film non può che riflettere perfettamente il suo pensiero e le sue convinzioni. A questo punto, ognuno tragga le conseguenze.